Cesare Di Vincenzo

"LE PIETRE PARLANO"

Fatti e Memorie della Val Dèmone

Con "Nota Introduttiva" di Melo Freni

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Armando Siciliano Editore
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A Castania le pietre parlano.

Ovunque, intorno, vedi pietre: pietre acconcie nella muratura delle case, grandi pietre ben solide e squadrate ai cantonali; pietre scalpellinate a far da stipiti agli infissi con archi tondi e chiave di volta o con archi a sesto ribassato, splendidi portali lavorati con estrema raffinatezza, pietre a comporre il lastricato delle strade.

Di pietra sono i muri a secco delle terrazze.

Pietre infisse con incise piccole croci per demarcare confini e croci di pietra sulle tombe; pietre cave per fontanili o per modesti truogoli, grandi mole di pietra per macinare o mole per affilare, pietre lavorate a bocciarda per grandi scalinate, pietre scolpite con arte e maestria per colonne tortili, paraste, architravi, capitelli ed altari. Pietre rifinite a facciavista per sobri rivestimenti di interni monumentali.

Parlano tutte, e raccontano di fatiche eroiche di intere generazioni impegnate a sprietare i suoli alluvionali per ricavarne coltivi, costruire muri, case, strade, chiese e conventi; parlano per ricordarti l'antica saggezza di un popolo operoso e geniale capace di plasmare con amore e perizia quest'umile materia dandole vitalità e risalto per riaverne beneficio materiale e godimento spirituale.

Spesso incontri enormi massi affioranti e talora lettiere acclivie intatte, o cave abbandonate che sembrano offrirsi per un nuovo impiego: eppure restano lì, invitanti e immobili, senza che nessuno le cerchi.

Le pietre sembrano mute, ed invece parlano. Se non riusciamo a sentirle, la colpa non è loro, ma certamente nostra ché non ne abbiamo ancora compreso il linguaggio.

 

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“LE PIETRE PARLANO” è il libro d’esordio di Cesare Di Vincenzo, nativo dei Nebrodi dov’è fortemente radicato, il quale, non si considera né uno scrittore e meno che mai un letterato, ma un semplice “raccontatore”, è soprattutto un agricoltore dato in prestito per una lunga stagione della sua vita agli Host Computer ed alle banche e che ora, scaduto l’ingaggio, può dedicarsi con maggiore impegno all’attività sindacale ed alle incombenze agresti nelle terre di Castania.
Sulla sfondo di una comunità agricola di 50 anni fa ed oltre, agiscono personaggi sanguigni ed espressivi, protagonisti di storie spesso paradossali, ma cariche di una sicilianità vissuta con originalità e con ironia quasi pirandelliana.
Cesare Di Vincenzo, “Cesarino” per gli amici, ha scritto questo libro, preoccupato che , con la perdita della “oralità”, finiscano col disperdersi anche le radici della comunità più genuine purtroppo ormai prossime alla omologazione ed alla massificazione culturale.
Storie che ci riportano a costumi ed abitudini ormai disperse ed oggi improponibili, come quella della stipula di un contratto notarile per l’acquisto del solo usufrutto di due alberi di ulivo o come la espulsione inflitta a furor di popolo ad una famiglia dalla comunità di Castania per aver attentato alla vita del sindaco, o come i “voli di rondine”, la triste pratica dei patrizi palermitani  pronti a svendere anche un feudo pur di “apparire”, o di poter fare una festa importante.
Una frana rovinosa  mette in serio pregiudizio tutto l’insediamento del centro urbano e l’esodo che ne consegue, pone al centro la figura carismatica di un sindaco, deciso ed impertinente, ma anche arguto e fantasioso il quale, ottant’anni fa, istituì il pedaggio per il transito sull’unica rotabile del suo comune, costituendo così inconsapevolmente un record che Castell’Umberto potrebbe oggi annoverare nei guinness dei primati; fu sempre lui ad affrontare un lungo viaggio per incontrare il re Vittorio Emanuele III ed invocare gli aiuti per la ricostruzione del nuovo paese.
A margine della frana è riportato l’episodio di una casa che, con dentro una coppia di vecchietti, scivola nottetempo insieme al circostante orticello ed ai ricoveri degli animali, nella proprietà del vicino sottostante per cui insorge una disputa, gustosa ed arguta, fra i due proprietari.
E poi un sarto maldestro, incapace di confezionare un vestito senza che la giacca montasse a cappuccio quando il cliente si sedeva per scrivere, ed un giovane e facoltoso allevatore, baldo e forzuto che, non volendosi piegare a cedere la sua purosangue inglese ad un sanguinario bandito, attrezza la sua masseria come un fortilizio imprendibile e trasforma i suoi mandriani in gagliardi fucilieri ed accetta sei ore di scontro a fuoco con i banditi fino a ridurli a mal partito a farli desistere dal proposito predatorio.
Rivive pure la memoria di una grande mandria che, durante la transumanza, ricambiava l’offerta di ospitalità per il bivacco notturno, offrendo in cambio tutto il latte munto, per cui col ricavo di una “mattinata” si riusciva a fare ricca una famiglia per un anno.
E c’è uno zio scapolo che trascina il nipote in tribunale deciso a farlo decadere dall’eredità di famiglia, ma che, con sconcertante fair play è disposto a pagargli pure l’avvocato purché si possa continuare a litigare.
Rivivono pure un avvocato ed un cappellano militare americano che, durante l’ultima guerra mondiale, non riuscendo ad intendersi nelle rispettive lingue, scoprono con vivo stupore di poter colloquiare in latino: “loro vivi, riuscivano a capirsi con una lingua morta!!!”.
Nel serraglio di personaggi, c’è un agricoltore alto ed allampanato che con le sue “smafire”, ossia con le sue balle raccontate in versi, potrebbe fare impallidire anche il barone di Munchausen; e poi un duca afflitto dal dilemma se vivere tra le mollezze e gli agi della città o se trasferirsi in campagna per amministrare direttamente i suoi possedimenti, ed un principe che non vuole accordare nemmeno un centesimo di sconto sul prezzo di un feudo, e poi avvocati impegnati a dar consigli originali a furbeschi, preti che per richiamare i fedeli del contado alle funzioni liturgiche le caricano di convincente teatralità, contadini arguti, sindaci carismatici ed intraprendenti che difendono fino alla testardaggine i diritti delle loro comunità, “conzaossa” che si oppongono alle denunce per abuso di professione medica con stringenti argomentazioni, artigiani gelosi dei segreti del loro mestiere.
Ed ancora un barbiere che, una volta l’anno si fa prestare un asino da un vicino per fare il giro della borgata ed incassare dagli abbonati la sua mercede in natura secondo una scala di baratto che consentiva la conversione di qualunque genere di cibarie: grano, formaggio, olio, vino, legumi, uova, lardo, ed anche latte, frutta, verdura o conigli, galletti, maialini, ecc.ecc..

   La narrazione si conclude con una nota di struggente malinconia nel rilevare lo spopolamento delle borgate causa l’emigrazione degli anni 50, ed il crollo dello spaccio di vino all’osteria, l’avvento della televisione e la metamorfosi dall’alcolismo alla teledipendenza.

    Se pur non evidente, il filo conduttore degli episodi è l’intreccio della storia di una famiglia con la storia di un paesino che, distrutto dalla frana, riuscì finalmente, dopo decenni di lungaggini burocratiche, a trasferirsi nell’attuale ridente nuovo sito cambiando il proprio nome da" Castania di Valdemone"  in Castell’Umberto.

      C’é pure in questo libro, scritto in forma molto curata e con grande scioltezza narrativa, un proposito di recupero morfologico della parlata che, come asserisce Melo Freni nella nota di presentazione, “è quanto mai preziosa in tempi di appiattimento della lingua, dei dialetti dei modi di dire”.

 LE PIETRE PARLANO è insomma una riproposizione della memoria locale densa di “sicilianitudine”, intesa non già come gelosa preservazione di usi e di tradizioni, ma come voglia di far conoscere, di non far disperdere e di portare all’esterno del proprio “microcosmo” un patrimonio di fatti e di piccoli storie che in fondo caratterizzano l’animus della gente di questo particolare angolo di Sicilia, ma di cui tutta la sicilianità, ed in fondo tutta la tradizione e la cultura delle antiche comunità agricole, può andare fiera.
Uno stimolo per riscoprire le radici e non farsi omologare nella massificazione culturale post-moderna che pretenderebbe di sacrificare tutto al Computer, ad Internet, al Villaggio globale. E che la proposta di non immolarsi al “nuovo” e di non farsi travolgere dal “tecnologico”, provenga proprio da un manager informatico sensibilissimo al Know-how, non è fatto insolito, stante che, sovente,  tra gli uomini e le cose, si stabiliscono rapporti di odio-amore complessi, profondi ed inspiegabili.

 

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Prodotto (Volume "Le Pietre Parlano")

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Volume "Le Pietre Parlano" Lit. 35.000

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